29 settembre 2026

Il rito del Caffè Espresso italiano in candidatura come patrimonio Unesco

Ucimac presente all’evento di candidatura promosso dal Consorzio per la Tutela dell’Espresso Italiano

Il caffè espresso rappresenta un’eccellenza italiana riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo. Il suo valore, tuttavia, va ben oltre la tazzina: vive nei bar, nei gesti di chi lo prepara con competenza e attenzione, e nei momenti di incontro che accompagnano la quotidianità di milioni di persone.

Ucimac, associazione federata Anima Confindustria che rappresenta i costruttori italiani di macchine professionali e semiprofessionali per il caffè, ha partecipato a Roma all’evento dedicato alla candidatura del Rito del Caffè Espresso Italiano a Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. All’iniziativa erano presenti il Presidente Roberto Nocera, il Vicepresidente Maurizio Giuli e il Responsabile Associativo Mara Rossi.

«Il bar è da tempo un luogo di socialità e incontro. L’espresso va oltre la tazzina: è una tradizione condivisa e un patrimonio della cultura italiana», sottolinea Nocera.

L’evento, moderato da Maddalena Fossati Dondero, direttrice responsabile della rivista “La Cucina Italiana”, ha riunito attorno alla stessa tavola rotonda, cultori della materia, le principali Associazioni del Comparto e le rappresentanze territoriali che sostengono la candidatura del rito italiano del caffè, veri emblemi di questo rito lungo i secoli. Tra gli altri, a sostenerne la candidatura sono accorsi: Palermo, Bari, Genova, Napoli, Trieste e Venezia dove, nel 1683, venne aperto il primo caffè pubblico in Italia, in Piazza San Marco.

La bevanda era arrivata in laguna grazie ai traffici della Serenissima con l’Impero ottomano e il Levante. Conosciuta all’inizio come prodotto raro, quasi medicinale, la bottega la trasformò invece in un’abitudine sociale: si entrava nel caffè per bere questa nuova, scura bevanda calda e per incontrare persone, scambiare notizie e discutere.

Il successo fu rapido. Nel Settecento Venezia contava già moltissimi caffè e Piazza San Marco ne divenne il cuore: i locali pubblici contribuirono a creare una nuova forma di vita urbana, aperta a mercanti, viaggiatori, intellettuali e nobili.

Il Caffè Florian, il più antico caffè tuttora in attività, aprì, sempre in Piazza San Marco, il 29 dicembre 1720, per iniziativa di Floriano Francesconi. Il suo nome originario era Alla Venezia Trionfante: un omaggio nostalgico alla grandezza della Serenissima, ma i veneziani cominciarono presto a dire, in dialetto, “Andemo da Florian”, e quel soprannome finì per sostituire il nome ufficiale del locale.

Il Florian ebbe un tratto distintivo importante: fu uno dei pochi luoghi pubblici ad accogliere anche le donne. Divenne così un ambiente più libero e vivace rispetto a molti altri caffè, frequentato da nobili, mercanti, viaggiatori, artisti e intellettuali.

il primo BAR, acronimo di "Banco A Ristoro", anche se c’è chi dice che il nome derivi dalla barra, posta davanti al bancone per appoggiare i piedi, è un’invenzione tutta italiana, nata dall’idea dell'imprenditore Alessandro Manaresi che a Firenze nel 1898, concepì un luogo popolare, aperto a tutti e pensato per una sosta veloce in piedi al banco.

Da qui nasce il rito del caffè, un modo tutto e solo italiano di stare al bar: un caffè di corsa che i clienti abituali non devono nemmeno ordinare, il barista sa già come preparare loro il caffè, perché l’Italia è il paese con la più ampia varietà di modi di bere il caffè: in vetro, lungo, corto, macchiato, un po’ lungo, ma non troppo, marocchino, con la schiuma, il profumo, l’aroma che persiste, il bicchier d’acqua che lo accompagna, anzi, precede.

Un rito che si consuma nelle strade e nei vicoli di ogni comune sparso lungo lo stivale, perché il bar è presidio territoriale, luogo di incontro, di scambio, di convivialità, che troppo spesso però deve confrontarsi con elevati costi di gestione, difficoltà nel trovare personale qualificato e orari di lavoro massacranti, come dice Lino Stoppani, il Presidente di FIPE.

Sostenere questa candidatura significa riconoscere il valore di questo emblema di italianità, una pratica che unisce cultura, professionalità, convivialità e capacità produttiva italiana: dalle persone che servono e preparano l’espresso alle imprese che progettano e realizzano le tecnologie necessarie per offrirne la migliore qualità, per arrivare infine ai consumatori, la figura centrale che quotidianamente mantiene vivo e celebra questo rito.

Tutti possono sostenere la candidatura con una firma, contribuendo a valorizzare e tutelare una delle espressioni più autentiche dell’identità italiana.

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